"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm

domenica 29 dicembre 2013

La ripresa è: Progetti Strategici che cambiano la vita …

di
Francesco Zanotti


… e generano flussi di cassa.
Allora cominciamo col dire che quello che genererà la ripresa sono i Progetti di Futuro delle imprese. Non potrà accadere che la ripresa si generi da sola. E tutti potranno continuare a fare tranquillamente quello che hanno sempre fatto.
Come dovranno esser fatti questi Progetti di Futuro?
Cominciamo a fare esempi di cosa non dovranno contenere. Non dovranno essere fondati sulla riduzione dei costi, sperando così di ridurre i prezzi e poter vendere di più. Se un imprenditore sa solo ridurre i costi è sconfitto in partenza. Non dovranno cadere alla lusinga di una internazionalizzazione che faccia vendere cose che negli attuali mercati non si vendono: non si venderanno neanche negli altri. Non dovranno cedere alla moda delle reti a tutti i costi. Anzi, fatte apposta nella speranza di ridurre i costi, ma lasciando tutto il resto invariato.
Dovranno essere progetti che cambiano radicalmente le convinzioni e la vita. Di chi li immagina e di coloro che ne dovranno comprare i prodotti o servizi. Se pensare che qualche copiabile innovazione tecnologica o furbizia di marketing possa risollevare la vostra impresa, sbagliate.
Sono progetti che cambiano le convinzioni e la vita potranno generare nel futuro flussi di cassa.
Come fare a sviluppare questo tipo di progetti? E quasi banale a dirsi: usate le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa più avanzate.
Sì, investite in conoscenza e progettualità come moltiplicatori del vostro spirito imprenditoriale che non può più essere imbrigliato da nessuna strategia precostituita e standardizzata: dalla innovazione tecnologica, alla internazionalizzazione, all'impresa rete, alle razionalizzazioni organizzative. Tanto meno da corsi di formazione tenuti da ex manager.
Imprenditori, tornate alla vostra voglia di cambiare il mondo. E’ la cosa di cui abbiamo più bisogno. E vedrete che, così facendo, tornerete a generare cassa.


giovedì 26 dicembre 2013

Come capire se un'azienda "sta in piedi"?

di
Luciano Martinoli


Prendetevi qualche minuto di relax e godetevi questo bellissimo video sugli edifici più straordinari finora costruiti, o invia di costruzione.

Fantastici vero? Sono una dimostrazione della genialità umana. Ognuno è diverso dall'altro e i loro progettisti hanno avuto la possibilità di esprimere la loro creatività senza, apparentemente, nessun tipo di vincolo.
Ciononostante hanno una caratteristica strutturale in comune: stanno in piedi da soli. Senza nessun supporto esterno, anzi progettati per resistere a diverse sollecitazioni (venti, terremoti, uragani, ecc.), staranno in piedi per decenni, forse secoli.
Probabilmente ogni certo numero di anni potrà capitare che avranno bisogno di un sostegno, un intervento di manutenzione, ma sempre allo scopo di farli ritornare allo stato originario: stare in piedi senza aiuto esterno. Infatti laddove ciò non sarà possibile dovranno essere abbattuti prima di un loro rovinoso crollo.

Il metodo con il quale, una volta ideati, sono stati costruiti è particolarmente efficace. Infatti ogni singolo edificio non è stato innalzato per tentativi: si è edificato il primo, se fosse crollato si sarebbe indagato sulle cause e se ne sarebbe costruito un altro tenendo conto di queste, se il secondo fosse crollato se ne sarebbe costruito un terzo e così via fino ad ottenerne uno stabile. 
Troppo dispendioso.
Non ci si è nemmeno rivolti ad un unico progettista "illuminato", sempre lo stesso, che avendo empiricamente intuito le regole con le quali un qualsiasi fabbricato stia in piedi, abbia messo a disposizione la sua "esperienza" a coloro che volevano costruire tali meraviglie. 
Il metodo, che funziona da qualche secolo, è quello del progetto, inteso come un piano del futuro edificio, stilato secondo una disciplina che ne garantisce i requisiti di solidità futura senza intaccare la creatività e l'innovazione dei progettisti: la Scienza delle Costruzioni. Essa non è un vincolo alla libertà di espressione degli ideatori, anzi è un valido supporto, anche ispiratore, per realizzare in concreto la loro idea. Grazie a questo metodo gli edifici risultanti stanno in piedi da soli. 

Si può dire qualcosa di analogo per le aziende? 
Certo che sì!

martedì 24 dicembre 2013

Non una parola sulle risorse cognitive

di
Francesco Zanotti


Ancora un commento ad un articolo del Direttore del Sole 24 Ore che, anche questa volta non otterrà risposta. Sono pensieri “trasgressivi”. Che importa che contengono una proposta che potrebbe essere decisiva. Anche il solo contestarla vorrebbe dire ammettere che esiste …
Scrive il Direttore “Le luci in fondo al tunnel si intravvedono, ma si potranno ingrandire sulla base di due fattori.: il traino del resto del mondo, e qui l’America ci aiuta e l’Europa molto meno e la nostra capacità di farci trainare”.
Io credo che in questo modo di pensare stia la ragione profonda della crisi che stiamo vivendo: la classe dirigente che sta guidando i figli del Rinascimento afferma che noi possiamo solo farci trainare. Il massimo che ci è consentito è non opporre resistenza al traino.
Mi ribello: noi dobbiamo cambiare e cambieremo il mondo.
L’articolo stesso si contraddice: inizia elencando mille eccellenze dove trainiamo e non siamo al traino. Mille eccellenze dove facciamo scuola. Che sono il riverbero di un Rinascimento che non abbiamo dimenticato.
Purtroppo il giornale che sta promuovendo la cultura non si accorge che la vera risorsa che manca, perché esplodano ben altre e numerose eccellenze, è costituita proprio da una nuova cultura. Dalle nuove visioni del mondo che stanno emergono in tutte le scienze naturali ed umane; dal patrimonio di nuovi modelli e nuove metafore che da essa promanano; dalle nuove interpretazioni, progettualità, conversazioni e realizzazioni che il rendere disponibile nuove risorse cognitive (parlare di cultura mi sembra troppo generico) scatena. Scatenerebbe sia nei giovani che negli adulti che negli anziani.
Ecco la proposta trasgressiva: invece di “fornire” riforme istituzionali forniamo risorse cognitive. Così facendo emergerà una nuova economia ed una nuova società, nuove istituzioni comprese.

Perché non ascoltare la mia proposta? Dopo tutto sto solo riproponendo il “metodo” del Rinascimento che è nato perché si sono buttate nella società medioevale nuove risorse cognitive: la cultura classica, con l’aiuto della interpretazione ed integrazione dalla cultura araba.

domenica 22 dicembre 2013

Pensieri nefasti …

di
Francesco Zanotti


Come scrive Luciano Martinoli su “Ciò che pensiamo diventiamo”.
Due giorni fa ho trovato sul Sole24Ore, pubblicati anche vicini, tre pensieri nefasti che, insieme, sono un ologramma dei pensieri che consideriamo importanti, ma che sono all'origine della crisi che stiamo peggiorando ogni giorno. Sì, siamo noi che l’abbiamo creata e che la peggioriamo con pensieri nefasti.

Il primo:  “Sabatini-bis, minibond e nuovi ammortamenti per rilanciare il settore”. Lasciate stare quale settore sia: non è mio obiettivo fare polemiche. E’ un settore che, certamente, non sta producendo cassa in abbondanza. Ed allora chiede interventi esterni per sopperire alla sua scarsa capacità di produrre cassa. Ma è tutto sbagliato. Serve una nuova tipologia di imprenditori che sappiano sviluppare progetti rivoluzionari, capaci di generare velocemente cassa abbondante. Allora io direi: serve, innanzitutto, fornire agli imprenditori risorse cognitive per costruire progetti rivoluzionari di futuro. Se ci sono questi ben vengano modalità per finanziarli. Se non ci sono è puro assistenzialismo far sopravvivere imprese i cui prodotti hanno perso di interesse.

Il secondo pensiero è peggio: “In Umbria rischiano le imprese sane”. Ma è un paradosso. Si sostiene che vi sono aziende sane, ma che hanno bisogno di cassa. E si cerca di fargliela avere nonostante le banche. Ma non esiste una azienda sana che abbia bisogno di farsi dare cassa dall'esterno. “Dicesi” azienda sana quella che produce cassa. Se non la produce non è sana. E torna il discorso di prima. Le imprese si devono dotare, innanzitutto, di progetti strategici alti e forti. Solo dopo ha senso parlare del come finanziarli.
Insomma il richiedere finanza per riuscire a sopravvivere fino a che la crisi passa è una sciocchezza, sia macro economica che imprenditoriale. Come scrivevo qualche giorno da: per chi attende che la crisi passi, la crisi non passerà mai. Ma si aggraverà sempre di più.

Il terzo pensiero è la tomba definitiva: parla di progetti di futuro. Ma quali sono questi progetti?
Lo sviluppo passa per i monumenti”. Cioè l’unica cosa che sappiamo fare è quella di raccomandarci ai santi, poeti e navigatori del passato … Speriamo di sopravvivere con l’arte prodotta nel passato, non grazie all'arte che stiamo producendo ora.


giovedì 19 dicembre 2013

Minibond: dopo il convegno a Milano della Camera di Commercio

Lettera aperta al Dott. Calugi 
dirigente Area Sviluppo Imprese
Camera di Commercio e Industria Milano
di
Luciano Martinoli


Egr. Dott. Calugi
Mi congratulo per l’iniziativa di ieri che ha avuto il merito di fare una rassegna, approfondita e professionale, sugli aspetti rilevanti legati al tema, coinvolgendo tutte le parti interessate.
Devo sottolineare però, tra i temi trattati, una assenza roboante, quella del protagonista principale: la progettualità strategica, “oggetto” dell’emissione di qualsiasi titolo di debito (ma anche di un sano rapporto bancario, una quotazione in borsa, una operazione di equity qualsiasi).
Si sta perpetuando, mi consenta di dire colpevolmente, la cultura del “debito per il debito”, tradendo lo spirito del quadro normativo, non a caso denominato inizialmente “Decreto sviluppo”, e dimenticando quali disastri, economici e sociali, tale approccio alla lunga genera.
Senza andare troppo in là nel tempo e nello spazio, la catastrofe dei mutui americani sub-prime, è di qualche settimana fa un articolo del sole24ore su dati Banca d’Italia, ricordati anche dal Dott. Longo, moderatore della mattinata: 

dal 2000 a fine 2013… il credito alle aziende è aumentato del 100%. Nello stesso periodo però gli investimenti e il fatturato delle imprese italiane sono cresciuti solo del 10%, mentre la produzione industriale è addirittura calata del 20%. Questo significa che negli anni d’oro, le banche hanno sostenuto con tanto (forse troppo) credito un sistema industriale che ha aumentato più i debiti che la produzione.

E le catastrofiche conseguenze di questo scellerato comportamento, perpetuato da banche e aziende, sono in dolorosa evidenza quotidiana di tutti noi.

Il debito deve servire a costruire sviluppo!
(ovvero a non avere più bisogno di debito)

Il convegno, così come tanta stampa, le associazioni di categoria, le camere di commercio, le pubbliche amministrazioni, ha trasmesso sul tema l’immagine che se un rubinetto si sta chiudendo, quello bancario, vi è l’opportunità di aprirne un altro, quello del mercato, senza però trattare il tema che queste risorse DEVONO servire a risolvere il problema di fondo: la falla nel secchio che si vuole riempire, principale responsabile della continua richiesta di finanza esterna.
Fuor di metafora è necessario che le imprese ricostruiscano la loro capacità di produrre cassa. E possono farlo solo attraverso un Progetto di Sviluppo che rivoluzioni la loro identità strategica. Insomma la sfida non è nella quantità di denaro che si mette a disposizione delle imprese. La sfida è come viene usato questo denaro. Se viene usato per sopravvivere, attendendo una miracolosa fine della crisi, allora è come buttare l’acqua nel secchio di cui dicevo prima. La sfida è, soprattutto, progettuale.

A pagina 7 dell’utile documento distribuito ieri “I minibond: istruzioni per l’uso”, nel capitolo a sua firma, dopo aver rappresentato la discesa della ricchezza prodotta delle aziende italiane, con conseguente diminuzione di mezzi propri, lei dice: 

Se l’apporto dell’autofinanziamento scende, diventa determinante l’accessibilità ai capitali esterni”. 

Credo che sarebbe opportuno aggiungere “...per ritornare ad un autofinanziamento rapido ed abbondante”. E specificando che questo obiettivo è raggiungibile solo, come dicevo prima, grazie ad un Progetto di Sviluppo alto e forte A questo, e a nient’altro, dovrebbe servire il ricorso a risorse finanziarie esterne.

Spero che presto la Camera di Commercio di Milano, così come la stampa di settore, le associazioni di categoria, le pubbliche amministrazioni e, ovviamente, le aziende tutte, decidano a brevissimo, prima che sia troppo tardi, di affrontare il tema centrale della riprogettazione strategica del tessuto economico italiano, unico modo per tornare a generare cassa.

Dal canto nostro, siamo pronti a dare il nostro sostegno a questo percorso, forti di un investimento di ricerca a livello internazionale  che ci ha portato a costruire un Modello di Progetto Strategico (Business Plan) e individuare un Processo attraverso il quale viene utilizzato che sintetizza la più avanzata cultura. Dal modello di business plan abbiamo costruito un rating per i Business Plan che riteniamo sia lo strumento mancante per capire la qualità dei progetti Strategici delle imprese.

martedì 17 dicembre 2013

Soldi per fare che?

di
Francesco Zanotti


Tutti si stanno sforzando di aumentare i flussi di denaro che vanno alle PMI. Ma quale è l’obiettivo? Sembra che l’obiettivo sia la loro sopravvivenza fino a che la crisi non passa. Bene dobbiamo metterci in testa che, per le imprese che aspettano la fine della crisi, questa fine non arriverà mai! La crisi finirà solo per quelle imprese che useranno i soldi non per sopravvivere, ma per fare finire la crisi. Cioè per le imprese che si dotano di Progetti di Sviluppo (descritti in Business Plan dettagliati) alti e forti. Essi devono avere come output finale una produzione di cassa alta e forte come alto e forte è il progetto che si propone di generarla.
Allora diamo i soldi solo a quelle imprese che hanno un progetto di sviluppo alto e forte. Aiutiamo quelle che non ce l’hanno a dotarsene. Facciamo in modo che chi dà questi soldi sappia valutare se i Business Plan descrivono progetti alti e forti. Solo così usciremo dalla crisi.

Come facciamo a far sì che tutte queste cose accadano? Diffondendo conoscenze avanzate di strategia d’impresa presso imprenditori, advisor, istituzioni finanziarie, commercialisti, avvocati e consulenti di direzione. Purtroppo questi professionisti oggi non ne dispongono. Ovviamente non per colpa loro, ma perché nessuno ha mai fatto lo sforzo di raccogliere il meglio della cultura strategica, sintetizzarlo in strumenti di progettualità e valutazione strategica. Noi lo abbiamo fatto e vogliamo rendere disponibili i risultati che abbiamo ottenuti. Solo diffondendo queste conoscenze e metodologie usciremo dalla crisi.

lunedì 16 dicembre 2013

Il Business Plan? Faccia lei ragioniere …

di
Francesco Zanotti


... dice l’imprenditore. O “faccia lei CFO” se parliamo di un CEO …
Ma così facendo non si costruisce sviluppo. Il redigere un Business Plan diventa un atto di burocrazia. La redazione è finalizzata ai desideri ed alle preferenze dei destinatari: in genere gli investitori. La vera strategia dell’impresa rimane nella testa dell’imprenditore o del CEO.
Ma cosa c’è che non va? Perché così facendo non si costruisce sviluppo? Perché si costruisce conservazione. Il CEO o l’imprenditore utilizzano le risorse cognitive di cui dispongono e che sono andate sclerotizzandosi con l’esperienza. Il perpetuare il passato diventa l’unico futuro possibile.
Il rapporto con gli investitori che spesso sono risparmiatori è: dammi i soldi che poi ci penso io. E il penso io è: cerco di sopravvivere.

La soluzione? Ovviamente è necessario, ma non basta fermarsi all’invito: CEO e imprenditori redigete in prima persona il Business Plan. Occorre aggiungere: andate a cercare il miglior modello di Business Plan esistente. Il più ricco. Tanto più è ricco tanto più vi costringerà ad usare nuove risorse cognitive che, sole, vi permetteranno di uscire dalla trappola del passato.

sabato 14 dicembre 2013

Reti di nuove emozioni

di
Francesco Zanotti


Parlare di imprese-reti è di moda. Il costruirle sembra un gioco razional-fiscal-giuridico. Il risultato che ci si attende è troppo spesso la speranza di continuare a fare lo stesso mestiere di prima, a costi inferiori e con qualche aiuto a vendere prodotti che interessano meno.
Magari ci si mette sopra una “ciliegina”: le tecnologie ICT. Così sperando in un “deus ex machina” che risolve tutto, come nelle vecchie tragedie greche.
Ma poi tutto crolla in litigi e risultati deludenti. Gli uni e glia altri che si sostengono a vicenda.

Invece ... volete fare rete? Allora immaginate un nuovo progetto complessivo che scaldi i cuori degli imprenditori, di chi lavora e del mercato. Come un fulmine nel cielo cupo di una competizione asfissiante. Un progetto che racconti di nuovi prodotti, di nuovi servizi che abbiano dentro l’anima di una nuova società. E fate in modo che questi progetti si sviluppino fino alla fine: dicendo come un sogno può trasformarsi in flussi di cassa. Prima un cuore generoso e pratico insieme. Poi verranno commercialisti, avvocati e fiscalisti … E, se volete, anche social network. 

giovedì 12 dicembre 2013

Abbasso la competitività

di
Francesco Zanotti



“Chi non vuole economie competitive?” si chiede Leonardo Maisano sul Sole 24 Ore di oggi. Beh non so voi, ma io comincio a dire che l’espressione “economie competitive” non so cosa voglia dire. Mi piacerebbe che l’Autore dell’articolo cercasse di definire cosa vuol dire questa affermazione che, a suo dire, tutti condividono.
Se poi, per caso, volesse dire “economie dove le imprese cercano competitività”, allora dichiaro che non voglio questo tipo di economie. Non le voglio non per motivi “ideali”: è troppo cruda e brutale la ricerca della competitività, chi ci va di mezzo sono i più deboli e cose simili. Non le voglio perché la ricerca della competitività porta le imprese a perdere la capacità di produrre cassa e, quindi, a fallire. E trascinare nel fallimento le banche e la società tutta.

La competizione è una battaglia che si può solo perdere. Se anche un’impresa raggiungesse un differenziale di competitività sufficientemente alto da riuscire ad aumentare la sua capacità di produrre cassa (qualcuno mi deve spiegare come questo potrebbe essere possibile, però), immediatamente dopo i concorrenti pareggerebbero il conto. Grandi sforzi anche economici di tutti per finire ad essere costretti a giocare l’arma del prezzo che è davvero l’ultimo rifugio di coloro che non sono capaci di intraprendere nuove strade.

domenica 8 dicembre 2013

Le banche sono solide, ma le imprese soffrono

di
Francesco Zanotti


lo sostiene anche il FMI nel suo rapporto sulla stabilità del sistema finanziario italiano.

Ma, attenzione! La sofferenza delle imprese non la si allevia solo per via finanziaria. Ma soprattutto per via strategico-imprenditoriale. Si devono finanziare le imprese che hanno un piano di sviluppo alto e forte. E si devono “costringere” le imprese “pigre” a dotarsene. Questo compito, prima di stimolo e, poi, di valutazione, non può che essere fatto dalle banche. Che, prima, devono dotarsi di conoscenze e metodologie di strategia d’impresa avanzate.

martedì 3 dicembre 2013

Credit crunch e risorse cognitive 1

di
Francesco Zanotti


Ancora una volta il Sole 24 Ore denuncia il fenomeno del Credit Crunch. Ma le soluzioni latitano. Ci si limita a chiedere, superficialmente, più credito. E ci si dimentica di chiedersi: ma le imprese lo meritano questo credito? Si parla dello strumento dei mini bond, ma le aziende hanno progetti da farsi finanziare?
Da molto tempo proponiamo una soluzione “cognitiva” a questo problema. Riporto da un post passato: “La sfida è sulla qualità del progetto di sviluppo strategico che le imprese chiedono di finanziare. Un progetto che occorre aiutare le imprese a sviluppare e che i fornitori di risorse finanziarie devono imparare a valutare. Per far questo occorre buttare sul tavolo un insieme di nuove “risorse cognitive” che sono costituite dalle conoscenze e metodologie di valutazione strategica”.
Ora vogliamo inaugurare una serie di post che illustreranno quali risorse cognitive bloccano lo sviluppo e con cosa è necessario sostituirle.
La prima risorsa cognitiva da cambiare è l’ideologia della competitività.
Ricercare “competitività” è come essere allo stadio e guardare una partita. Gli spettatori sono seduti ed hanno una decente visione del campo. Ad un certo istante qualcuno inventa una mossa competitiva brillante: si alza in piedi. A seguito della sua mossa competitiva vede meglio, ma per tre secondi. Dopo quei tre secondi si alzano tutti e tutti vedono esattamente come prima. Tranne che sono più scomodi.
Se ci abbandoniamo alla illusione della competitività finiamo in una posizione scomodissima. Una sempre più feroce battaglia di prezzo che distrugge la capacità di produrre cassa di tutti coloro che competono.

L’alternativa? Il primo passo è quello di cercare di vedere i Segni dei tempi Futuri che stanno emergendo intorno a noi e che offrono mille suggerimenti per nuovi prodotti, servizi, modalità di produzione e di erogazione, un nuovo patto con la Natura. Questi Segni sono la materia prima per costruire nuovi progetti d’impresa. Perché la Associazioni Imprenditoriali non costruiscono e distribuiscono ai loro associati un “Libro Bianco dei Segni dei tempi Futuri”? Perché non lo fanno le Banche o le Camere di Commercio?

domenica 1 dicembre 2013

Imprenditorialità “intensa” o patrimoniale “forte”.

di
Francesco Zanotti


Intensa e forte: nulla che riguardi qualche decimo di percentuale.
Ci si deve rendere conto che o le nostre imprese riprendono a produrre cassa “intensamente”, attraverso una riprogettazione radicale del loro significato economico, sociale ed antropologico, oppure …
Troppo difficile? Allora spiego: se avete bisogno di aiuti per vendere (peggio: per sopravvivere), allora significa che avete perso senso economico, sociale ed antropologico. Se non cambiate radicalmente quello che producete e come lo producete, allora non ritornerete a produrre cassa.
E, in questo caso? Occorrerà una patrimoniale che sarà tanto forte quanto debole è stata la progettualità imprenditoriale. E’ inutile succhiare il sangue con continui stillicidi di mini aumenti sul guadagno della gente, quando il guadagno è destinato a calare tanto più intensamente quanto meno intensa sarà la progettualità imprenditoriale.

L’alternativa è secca: o progettualità imprenditoriale o una patrimoniale. Ambedue forti ed intense.

mercoledì 27 novembre 2013

I "Minibond": tra occasione strategica e banalizzazione finanziaria

di
Luciano Martinoli


I "Minibond" sono obbligazioni (titoli di debito) che, grazie alla disciplina della legge 134 del 2012, anche le aziende piccole  e medie, e non quotate in borsa, possono emettere. Per una descrizione più dettagliata ci si può riferire ai numerosi articoli che appaiono ormai quasi quotidianamente anche in rete.
Come tutti gli strumenti il minibond si presta sia a banalizzazioni, e pericolosi usi impropri, che a realizzare importanti opportunità. Purtroppo tutta la stampa, e anche molti operatori (banche, investitori e aziende), si sono appiattiti sull'interpretazione più semplice: un altro modo di accedere a finanziamenti erogati da soggetti non bancari.
Non è proprio così, o almeno non dovrebbe, e vediamo perchè.

domenica 24 novembre 2013

La conservazione impossibile e la conoscenza necessaria

di
Francesco Zanotti


Oggi sul Sole 24 Ore il Direttore chiede al Presidente del Consiglio di cambiare radicalmente la legge di stabilità. Ma in che direzione? Cercare di ridurre le tasse (il cuneo fiscale) per rilanciare l’economia.
Purtroppo si tratta di un tremendo errore di prospettiva.
Lo è anche tecnicamente perché non si riuscirebbe a ridurre il cuneo fiscale in misura sufficiente per rendere rilevantemente competitivi i prezzi dei nostri prodotti. Perché ovviamente, il riferimento è alla competizione di prezzo. Una sola osservazione: a troppe PMI, abituate ad essere terziste di un unico cliente, nessuna riduzione del carico fiscale  permetterebbe di sopravvivere.
E’ un errore “sistemicamente” perché non vi è alcuna possibilità che riprenda questa economia nella misura che ci serve per riprendere lo sviluppo della qualità della vita. Nessuna riduzione di nessun cuneo fiscale genererà ripresa, occupazione. E da ultimo, ma non per importanza, servirà ad invertire la drammatica trasformazione dei crediti delle banche in sofferenze.
Non si riprenderà l’economia attuale perché il tipo di prodotti di questa economia interessa sempre meno, perché l’utilizzo di energia e materie prime che comporta il produrli è insostenibile. Perché le organizzazioni di queste imprese tendono ad essere sempre più inumane. E per mille altre ragioni che non vengono mai neanche citate.
Mi si può obiettare: ma riducendo il cuneo fiscale si liberano le risorse che servono per costruire innovazione. No! Le ragioni che ho citato prima portano a pensare che la riduzione del cuneo fiscale non libererà alcuna risorsa. Coltiverà solo l’illusione di un paradosso: che la conservazione dell’attuale economia (cercare di vincere battaglie di prezzo è conservare) possa generare una nuova economia.

Esiste la via della conoscenza. Ma l’abbiamo ridotta a oggetto da esposizione … 

sabato 23 novembre 2013

Contro la SWOT Analysis

di
Francesco Zanotti

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La SWOT (Strengths, Weaknesses, Opportunity, Threats) Analysis è uno strumento, appunto, di analisi dell’ambiente esterno all'impresa che risale agli anni ’60-’70.
Esso è finalizzato a migliorare i processi decisionali di tipo strategici (che riguardano l’impresa nel suo complesso) e funziona nel seguente modo.
Innanzitutto, permette di individuare quali sono le minacce e le opportunità presenti nell'ambiente. E, verificare, da un lato, se i punti di forza dell’impresa sono in grado di sfruttare le opportunità e difendersi dalle minacce. E, dall'altro, fino a che punto gli elementi di debolezza impediscono di sfruttare le opportunità e rispondere alle minacce. Fatta questa analisi, in base ai suoi risultati, è possibile decidere le misure più opportune per sfruttare meglio le opportunità o per difendersi meglio dalle minacce.

Strumento utile? No! Anzi è sia troppo primitivo che, imprenditorialmente, dannoso.

Cominciamo dal dannoso.
La SWOT Analysis è uno strumento fondato su di una ipotesi epistemologica, una visione del mondo “rinunciataria” e non imprenditoriale. Mi spiego. In termini filosofici si direbbe che è fondato su di una epistemologia “realista”. Essa afferma, declinata al caso dell’impresa, che il mondo esterno può essere conosciuto, ma non può essere modificato. L’impresa dopo averlo conosciuto, ci si deve adattare.
Si tratta di un atteggiamento “epistemologico” opposto a quello che è indispensabile per uscire dalla crisi.
Come il lettore ricorda oggi è necessario un atteggiamento costruttivo: è necessario un ridisegno profondo delle identità strategiche delle imprese, tale da far precipitare i Segni del Tempo Futuro in qualche futuro concreto.
Più precisamente, nell'ambiente esterno all'impresa non esistono né minacce né opportunità. Esistono solo potenzialità di divenire tra le quali scegliere quali far precipitare in nuove realtà. Se sia sta solo a guardare qualcun altro li farà precipitare nella realtà che egli preferisce. Solo allora saranno concrete minacce o opportunità. E saranno sempre più minacce se il fare precipitare sarà stato generato da qualcun altro che non siamo noi. Detto ancora diversamente: a chi crede che ci si debba adattare al mondo là fuori, lo stesso mondo là fuori sembrerà sempre più popolato di minacce.

Questa negatività è particolarmente grave per le start-up per definire i cui business plan la SWOT Analysis viene spesso utilizzata. Infatti, se si parte dal punto di vista che il mondo è dato e non da costruire, si attiveranno solo start-up che propongono prodotti o servizi “interstiziali”. E, poi, prodotti e servizi che possono venire immediatamente copiati.

Ma, per un momento, immaginiamo di prescindere dal suo sottofondo epistemologico e proviamo ad immaginarne un utilizzo concreto. Emerge immediatamente la sua primitività e due altre incongruenze di fondo. Questa volta riguardano non l’epistemologia, ma il concetto di analisi e di interpretazione (cioè l’ermeneutica).

Cominciamo dalla primitività. Supponiamo che sia una grande impresa ad utilizzarlo, ad esempio, una compagnia di assicurazioni. Essa deve tener conto di una pluralità di attori e di processi di scambio che non possono essere classificati solo come minaccia o come opportunità. Gli attori possono essere, contemporaneamente, l’una e l’altra cosa. Oggi una cosa, domani un’altra. Una strategia relazionale opportuna può trasformarli tutti in alleati.  Una “sbagliata” può trasformarli tutti in avversari. Il dimenticarli li trasforma certamente in avversari perché significa non riconoscerne il ruolo sociale da parte dell’impresa. In sintesi, alle grandi imprese serve una griglia di lettura molto più complessa. Come quella che descriverò illustrando più avanti il modello di Business Plan che abbiamo predisposto.
Ho citato le grandi imprese per illustrare al primitività dello strumento, ma il problema non le riguarda perché nessuna di esse lo usa. Noi abbiamo fatto, per assegnare un rating, una analisi dei Business Plan delle aziende quotate della Borsa di Milano e inserite negli indici FTES e STAR. In nessuno di essi viene usata la SWOT Analysis.

Ma proviamo a immaginare che tutti i problemi prima citati non esistano. Che l’ambiente esterno all’impresa abbia una sua identità definita sulla quale l’impresa non ha influenza, che sia solo da scoprire e che la griglia “minacce ed opportunità” si sufficiente. Anche se ci mettiamo in quest’ottica, scopriamo i problemi che riguardano la scientificità e la interpretazione.

Cominciamo dalla scientificità.
Questo strumento ha pretese di scientificità che, però, non è in grado di sostenere. Diffonde una perniciosissima illusione di scientificità. Approfondiamo questa limitazione, avvertendo il lettore che il discorso che verrà fatto ha caratteristiche di generalità che trascendono lo specifico strumento. E varranno anche per tutti gli strumenti che illustreremo nel seguito.
Quando l’analisi di un sistema (nel nostro caso dell’ambiente eterno all'impresa) ha senso ed è utilizzabile per migliorare il processo decisionale a livello strategico?

Quando: si dispone di un modello completo dell’ambiente che permetta di rilevarne in modo preciso tutte le caratteristiche fondamentali. Ci siamo messi nell'ottica che il modello “minacce ed opportunità” lo sia. Poi serve un modello dell’impresa che permetta di descriverne, in modo altrettanto preciso, tutte le caratteristiche salienti dal punto di vista dell’ambiente. Stiamo ipotizzando che questo modello ci sia: l’impresa come somma di punti di forza e di debolezza. Tutto questo c’è ma non basta. Occorre anche disporre delle leggi che governano la relazione tra ambiente ed impresa. E’ solo l’esistenza delle leggi che mi supporta nel processo decisionale. Che mi fornisce l’algoritmo decisionale.

Mi si obietterà: ma il risultato della SWOT Analysis non è mai “preciso”. Cioè quantitativo. Dà indicazioni di carattere generale.
Bene, ma allora non possiamo ignorare, la dimensione interpretativa. Se le “caselle” (minacce e opportunità; punti di forza e di debolezza) non vengono riempite con risultati numerici, frutto di un processo oggettivo di misura, allora non vi è alcun processo di misura, ma solo di valutazione. Una valutazione soggettiva: se persone diverse analizzano la stessa impresa nello stesso ambiente trovano risultati diversi. Non solo, ma anche le stesse persone in diverse condizioni generano valutazioni diverse.

Allora non è possibile applicare nessun algoritmo per decidere quali punto di forza valorizzare, quali punti di debolezza cercare di eliminare, quali opportunità sfruttare, come eliminare le minacce, che risultati (di cassa ovviamente) ci si attende da queste azioni.

Siamo nel campo delle valutazioni personali che cambiano nel tempo. Materia prima non per processi decisionali, ma per una conflittualità permanente ed effettiva.

Ma esiste un’ultima osservazione che, se anche non valessero tutte le altre che abbiamo fatto, da sola suggerirebbe di abbandonare l’utilizzo analitico valutativo. Più avanti vedremo che sono possibili altre modalità di utilizzo, ma rimane la eccessiva semplicità dello strumento che lo rende inutile anche usato in questi altro modi di cui diremo.
Quale è questa osservazione?
Che oggi non c’è niente da decidere. La sfida fondamentale è quella di progettare nuove imprese, una nuova economia ed una nuova società. E per progettare non si possono usare strumenti progettati per decidere. Come cercare di aggiustare il televisore con il martello, pensando che sia il teatrino delle marionette. Immaginate il risultato …

Nonostante tutte queste osservazioni la Swot Analysis è molto di moda. Soprattutto tra gli uomini di finanza che sono diventati anche advisors strategici. Ma il suo utilizzo è solo ornamentale. E’ una delle mille descrizioni dell’impresa che si scrive per dovere e non si legge per noia. Si arriva subito ai numeri che, però, occorrerebbe ammettere che non si da dove vengono.

mercoledì 20 novembre 2013

Gli esperti di settore: generatori di competizione

di
Francesco Zanotti


Sono una istituzione finanziaria che devo valutare il Progetto Strategico di una impresa alla quale fare un finanziamento (lasciate stare la forma del finanziamento). Come faccio a giudicare se questo progetto ha la probabilità di realizzarsi o meno? Chiamo un esperto di settore e gli chiedo un parere. E che parere volete che mi dia … Userà come metro di misura la sua esperienza. Cioè quello che è già accaduto, il passato del settore. Sosterrà che il Progetto va bene se sarà simile al progetto che avrebbe fatto lui. Guarderà se l’imprenditore intende intraprendere la strada che ha intrapreso lui nel passato …
Ma un progetto di futuro si verificherà solo se sarà rivoluzionario, se cambierà le regole del settore nel modo in cui l’imprenditore desidera … Che il progetto sia diverso dal passato non è certo sufficiente, ma necessario sì …

Altrimenti, se si costringe l’imprenditore a percorrere le strade del passato, lo si inchioderà in una competizione che diverrà sempre più aspra.