"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm

mercoledì 15 luglio 2015

Il primo minibond “saltato”. Riflessioni e proposte

di
Luciano Martinoli                                            Francesco Zanotti


E' recente la notizia della richiesta di concordato in bianco della "Grafiche Mazzucchelli", azienda bergamasca che poco più di un anno fa emise uno dei primi minibond.
La conseguenza prevedibile di questa richiesta è che il minibond non verrà più rimborsato.

Le domande che è necessario ed urgente farsi sono almeno quattro.
La prima: era prevedibile?
La seconda: accadrà ancora? Cioè, qual è la percentuale dei minibond emessi a rischio?
La terza: perché si danno soldi a chi non li merita? Detto diversamente: come si fa a individuare chi li merita?
La quarta: ma non è che forse anche il crescere delle sofferenze bancarie nasce perché non si riesce a capire chi merita il credito?
 Andiamo con ordine.

Prima riposta: sì, non solo era prevedibile, ma era stato previsto! E le previsioni sono state rese pubbliche.
Il primo che si accorse, e scrisse, della strana emissione fu Fabio Bolognini che, dalle pagine del suo blog, titolava, già il 13 novembre 2013, "Minibond: il mercato diventa fiera"
Successivamente, nell'ambito di una prima indagine sulle emissioni minibond, volta a cercare di capire, attraverso una analisi strategica, se le risorse finanziarie raccolte con l’emissione di minibond servissero a generare sviluppo (l’obiettivo del legislatore) o per altri fini (da tutti temuti), esprimemmo anche noi forti perplessità su quella come su altre operazioni.
Lo stesso Bolognini ha seguito nel tempo le vicende di questi 18 mesi: vicissitudini aziendali e le dubbie (e illecite?) manovre tra l'azienda e i soci. E ne ha fatto una ricostruzione riassunto sul suo blog.
Due osservatori esterni (stakeholder), a conoscenza solo di notizie stampe e documenti pubblici, da due prospettive diverse e complementari, ma con strumenti valutativi specifici, arrivavano alla stessa conclusione: quest'operazione non s'ha da fare!

Seconda riposta: certamente accadrà ancora. E la ragione è molto semplice: in tutte le emissioni manca un Business Plan che spieghi che cosa se ne faranno le imprese dei soldi che raccolgono sui minibond. In alcune, invece, si capisce bene cosa ne vogliono fare dei soldi raccolti, ma non è certo per finanziare azioni di sviluppo. Ma, ad esempio, per pagare le tasse. Quale persona, dotata di normale buon senso, presterebbe soldi ad una impresa per pagare le tasse? Nessuna. Alcune Istituzioni finanziarie, pare invece sì!

Terza riposta: per decidere a chi prestare soldi, è necessario valutare esattamente cosa se ne farà. E per compiere questa valutazione è necessario che l’impresa lo spieghi in un Business Plan e le Istituzioni finanziarie sappiano valutare un Business Plan. Il problema (da sottoporre alle Autorità di Controllo) è che le imprese non sono tenute a presentare un Business Plan. E le Istituzioni finanziarie, a causa della loro storia, non dispongono delle conoscenze e delle metodologie di strategia d’impresa che possano permettere una valutazione di un Business Plan.

Quarta riposta: si, l’origine della sofferenze bancarie è la stessa.
Le banche non chiedono Business Plan alle imprese, queste non li fanno e le banche non saprebbero valutarli perché non dispongono delle metodologie di strategia d’impresa che possano permettere una valutazione. Come già sospettava (ed ha dichiarato pubblicamente questo sospetto) il Direttore generale della Banca d’Italia alcuni mesi fa.

Cosa proporre?
Spesso di dice che è necessario un cambiamento culturale, ma poi non si specifica in cosa consista.
Diciamo anche noi che è necessario un cambiamento culturale. Ma specifichiamo in cosa consiste. Occorre che Imprese ed Istituzioni finanziarie acquisiscano le più avanzare conoscenze e metodologie d’impresa. Le prime per generare Business Plan alti e forti. Le seconde per saperli valutare.

Ma non basta, la reazione a questa situazione deve essere di sistema.
Solo alcuni cenni, visto che stiamo scrivendo un post per un blog.

Le Authorities di Controllo (Consob, in primis) devono obbligare all’emissione di Business Plan tutte le imprese che richiedano risorse finanziarie ad attori diversi dagli azionisti.
E dovrebbero anche curare il formarsi di un modello standard di Business Plan, come è accaduto con il bilancio d’esercizio.

Il legislatore dovrebbe considerare il Business Plan lo strumento base per governare le crisi aziendali. Soprattutto oggi che la nuova disciplina dei fallimenti prevede anche procedure di allerta e mediazione.

Il sindacato dovrebbe richiedere alto e forte che l’impresa presenti ogni anno un Business Plan completo. Gli attuali Piani industriali sono solo indicazioni di cosa si vuole fare, ma non vi è nessuna valutazione strategica (con la profondità che le attuali conoscenze e metodologie di strategia d’impresa permetterebbero) dell’effetto di quelle azioni.

Il sistema dei media dovrebbe anch’esso utilizzare le conoscenze e metodologie di strategia d’impresa per leggere e commentare i fatti economici.

Anche Consulenti, Advisor, Avvocati e Commercialisti dovrebbero disporre delle più avanzate conoscenze e metodologie di strategia d’impresa per proporli ai Clienti. Così dovrebbe essere anche per funzionari ed esperti della diverse Associazioni Datoriali.



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