"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm

mercoledì 19 agosto 2015

Sono contro il risiko bancario prossimo venturo

di
Francesco Zanotti
L’occasione di questo post è la lettura di un articolo di Luca Davi e di una intervista di Carlo Festa a Alessandro Daffina, apparsi oggi sul Sole 24 Ore.
Sono contro il risiko prossimo futuro perché, da un lato, non si otterranno i benefici immaginati e, dall’altro, si bloccherà lo sviluppo strategico del settore. Perpetuando, anzi aggravando, la sua situazione di crisi.
Mi spiego.
Quali sono le ragioni per cui si dovrebbe concentrare il settore?
Ne parla esplicitamente solo Daffina. Osservo che il testo che riporterò non è “virgolettato”, quindi, tecnicamente, è una interpretazione dell’Autore dell’intervista.
Il ragionamento di Daffina è il seguente. Ci metto io le virgolette perché riporto fedelmente dall’articolo di Carlo Festa.
Le banche italiane, a causa dei tassi di interesse bassi e della crisi economica sono state costrette ad operare in condizioni particolarmente difficili.”. E, poi cita queste condizioni “margini di interesse inesistenti, necessità di accantonamenti sempre più elevati sui crediti non performanti, costi fissi eccessivi e infine un livello di tassazione tra i più altri d’Europa.”. Infine, la conclusione. “Non sorprende quindi che le banche abbiano avuto una redditività scarsa e un livello di patrimonializzazione inadeguato. Di qui la necessità di concentrazione del settore”.

Questo ragionamento mi sembra il mondo alla rovescia.
E’ come a dire: poiché le condizioni che generano scarsa redditività e, quindi, scarso patrimonio non si possono rimuove, allora occorre rendere le banche più forti facendole diventare più grandi. Io credo che, appunto, occorra ragionare in direzione opposta. Occorre pensare ad eliminare le cause, non cercare di riuscire a farle sopportarle meglio.
E, potrà sembrare strano, ma prima di tutto, occorre rimuovere proprio la causa che sembra meno rimovibile, mentre è la più facilmente rimovibile: la crisi economica.
Ma lo si può fare?
Sì e anche velocemente (questa è una grande opportunità strategica per le banche) perché la crisi economica non è caduta dal cielo, ma è solo e soltanto la somma della crisi delle imprese. Esse non hanno voluto rinnovare la loro identità strategica (le cose che fanno) e questa è invecchiata, ha perso di interesse. Oggi si trovano a vendere cose che sono giudicate sempre meno interessanti e  sono costrette a venderle sottocosto con la possibilità di non essere pagate mai. Certo che poi i prestiti finiscono in sofferenze.
Ma le banche cosa potrebbero fare? Dovrebbero fornire alle imprese le risorse cognitive necessarie a rimettere in moto una progettualità strategica alta e forte. Ed è semplice farlo perché questa risorse cognitive ci sono: sono le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa. Le banche non le posseggono, ma possono procurarsele facilmente.
Così facendo le banche permetteranno alle imprese di recuperare la loro capacità di generare cassa. Il che significa che le banche riusciranno non solo ad evitare nuove sofferenze, ma anche a riattivare i prestiti pericolanti. Il tasso di interesse potrà essere interessante perché i prestiti saranno orientati allo sviluppo e vi saranno anche ricavi da nuovi servizi: la fornitura, appunto di conoscenze e metodologie di strategia d’impresa. E anche le tasse saranno meno ossessive perché si potranno avere più introiti anche con aliquote più basse.

Tornando al risiko. Non è necessario diventare più grosse. Invece, è necessario un cambiamento strategico, di ruolo sociale delle banche: non fornire solo risorse finanziarie, ma anche risorse di conoscenza.
Una crescita dimensionale non genera alcun cambiamento di ruolo sociale.
Anzi ne blocca anche il solo pensarlo. Da oggi ai prossini due anni i Vertici delle banche saranno affaccendati in affari societari non certo nel progettare cambiamenti strategici che, tra l’altro, comporterebbe, soprattutto per loro, dotarsi, per primi, delle nuove conoscenze e metodologie di strategia d’impresa.

Mi si lasci finire con una nota “non negativa”. 
Meno male che si è rimasti solo a discorsi di capitale. E nessuno ha parlato dei miglioramenti di efficienza tra le ragioni per gli accorpamenti. Altrimenti avrei subito ricordato il Rapporto Fergusson, commissionato anni fa da dieci banche centrali e tradotto e diffuso da Bankitalia, dove si dice chiaramente che non vi è nessuna evidenza esperienziale che sostenga la tesi che l’aumento di dimensione porta ad una aumento dell’efficienza.

Anzi, dico io, vi sono ragioni sia teoriche e sperimentali per dimostrano il contrario.

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