"Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa.
L'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute."
Eric J. Hobsbawm

mercoledì 9 agosto 2017

Sulla carenza dei progetti aziendali

di
Luciano Martinoli


C'è chi fa soldi e vede l'azione scendere, chi ne perde e si indebita e la vede salire, chi si tiene i soldi in pancia e non fa investimenti. Il punto di vista da accogliere per comprendere questi fenomeni è l'esistenza, e la loro qualità, dei progetti di sviluppo.

Tenaris ha appena annunciato risultati positivi per il primo semestre del 2017, con ricavi e margini in aumento. Ciononostante l'azione in borsa a Milano è crollata del 7% e successivamente sospesa per eccesso di ribasso. Ennesima follia dei mercati o loro lungimiranza? 
Propendo per la seconda.

giovedì 27 luglio 2017

Produttività e crescita: l'uovo e la gallina.

di
Luciano Martinoli


Il dibattito sui temi economici verte sempre sulle solite macro variabili (produttività, inflazione, crescita, eccetera) finendo nel classico quesito dell'uovo e della gallina e dimenticando la radice di tutti i mali della nostra economia.

Un intrigante articolo del New York Times mette in discussione l'opinione comune e diffusa che la mancata crescita economica sia dovuta alla mancata crescita della produttività. 
Volendola dirle in altro modo: è la bassa produttività che causa una crescita lenta o la crescita lenta è la causa della bassa produttività?

giovedì 20 luglio 2017

Denaro dalle banche: farmaci o droghe?

di
Luciano Martinoli


Il recente annuncio di una ripresa del credito bancario fa sorgere, sopratutto nel caso delle aziende, un interrogativo importante: questi soldi servono per farle stare meglio o semplicemente per farle sopravvivere?

L'ABI, nel suo consueto bollettino mensile, rivela che il credito a famiglie e imprese è aumentato rispetto lo stesso periodo dell'anno scorso. Certamente una buona notizia per le banche, ma quale è il significato per le imprese?

giovedì 13 luglio 2017

Le banche, il dito e la luna

di
Luciano Martinoli


I recenti eventi che riguardano il mondo bancario sono delle chiare indicazioni di una urgenza di profondo cambiamento del modo di fare banca. Purtroppo ci si limita a guardare il dito...

Le vicende toscane (MPS) e venete (Pop Vicenza e Veneto Banca) se da un lato hanno abbassato le preoccupazioni di “sistema”, dall’altro ripropongono il tema di fondo: quale “sistema”?
I termini della questione sono ben sintetizzati dall’intervento del Governatore Visco alla recente assemblea dell’ABI e possono essere riassunti, come ha ben fatto un articolo del sole24ore, in tre punti.

lunedì 10 luglio 2017

L'impossibile cambiamento senza fare i conti... con l'oste

di
Luciano Martinoli


Il dibattito pubblico sull’economia e sulle imprese è inficiato da miopia e contraddizioni che ne falsano il contenuto e ne rendono inefficaci le conclusioni. Ad esempio si prescinde sempre dalla capacità e volontà dei singoli soggetti: le imprese.

Mi avventuro in una breve e semplice analisi di alcune affermazioni contenute in un recente articolo apparso sul sole24ore a proposito di “elite” e di trasformazioni di “sistema”. Il tema che desidero analizzare parte dalla constatazione riguardante la polarizzazione 20-80, con il 20% delle imprese che produce l’80% della ricchezza e dell’export e non riesce ad “assumere la leadership della nostra economia”. Che significa? Che questo 20% di aziende dovrebbero acquisire le altre? Che dovrebbero salire in cattedra e “insegnare” alle altre come fare bene? 

venerdì 7 luglio 2017

Il bastone e la carota: vita da muli nel III millennio...

di
Luciano Martinoli


Si continua a parlare di abbandonare la modalità 'comando e controllo' per gestire le organizzazioni al fine di liberare creatività e conoscenza. Ma il dibattito poi si arena sul come fare. Una proposta da una prospettiva diversa.

E’ da qualche decennio che le riviste e i guru specializzati in management, strategia, gestione HR, ecc. auspicano, con voce sempre più grossa, il declino della pratica del “bastone e la carota” nella gestione delle aziende per favorire una maggiore responsabilizzazione di tutti i suoi dipendenti.
La rivista della London Business School (LBS), in un articolo dal titolo esplicito (“Reinventing Management”), afferma che “l’enfasi dominante nelle organizzazioni su strategia, strutture e sistemi soffoca le persone”.  Conseguentemente auspica uno spostamento verso “scopo, persone e processi in modo che le aziende abilitino ciascun individuo a contribuire significativamente usando le loro conoscenze e la loro creatività”. 

Gli fa eco un altro articolo, questa volta su Harvard Business Review, che ricorda, in modo molto appropriato, che i leader “sono incoraggiati ad utilizzare il bastone e la carota come strumenti motivazionali, dove il primo è il premio per l’obbedienza alle direttive la seconda la punizione per il contrario. Ma quando l’unico compito di un leader diventa l’obbedienza, quando cercherà di costringere gli altri a fare qualcos’altro, l’unico ad essere motivato sarà solo lui.”
Ma perché preoccuparsi tanto delle persone? E’ una questione di etica o vi sono motivazioni di business?

mercoledì 5 luglio 2017

Robocalypse now: deficit di idee e coraggio

di
Luciano Martinoli


Anche i banchieri centrali sono preoccupati del fenomeno robot e il suo impatto sul mondo del lavoro. Le risposte però si trovano in una direzione in cui non guardano nè loro nè le aziende stesse, come una recente ricerca sorprendentemente evidenzia. 

Qualche settimana fa i banchieri centrali di tutto il mondo si sono riuniti a Sintra, Portogallo. Uno degli argomenti di discussione, come riporta il New York Times, è stata la possibile “apocalisse” che i robot, intesi come software, apparati intelligenti e altro che possa sostituire il lavoro umano, potrebbero scatenare nel mondo del lavoro rendendo obsolete decine di categorie di lavoratori.
In passato, viene ricordato, progressi tecnici hanno creato sconvolgimenti temporanei migliorando però alla fine lo standard di vita di tutti e creando nuove categorie di lavoro. I macchinari agricoli hanno senz’altro tolto molto lavoro alla manovalanza contadina ma chi è rimasto a fare quel lavoro è stato pagato meglio e i loro pronipoti oggi possono permettersi di progettare videogiochi. 
Oggi cosa non sta funzionando?

mercoledì 28 giugno 2017

I costruttori di macchine e l’imprenditorialità mancante

di
Luciano Martinoli


Dall'assemblea di un'associazione di industriali, alcune considerazioni sulle strategie perseguite a partire dalle dichiarazioni degli interventi. I mali del tessuto economico nazionale non sono nascosti ma autodichiarati.

C’è stato qualche giorno fa l’assemblea annuale dell’associazione degli industriali costruttori di macchine, non è importante quali in particolare. Ad essa è seguito un convegno sull’argomento del giorno: Industria 4.0. 
E’ stata presentata un’indagine, eseguita presso alcuni associati, sul grado di conoscenza di queste tecnologie e sul loro uso. E’ seguito un dibattito di esperti, professori universitari e un solo imprenditore, coordinato dal giornalista di grido del momento.
Cosa si è detto di tanto importante e indicativo sullo stato generale delle nostre industrie?

venerdì 23 giugno 2017

Lamentarsi non è una strategia

di
Luciano Martinoli
l.martinoli@cse-crescendo.com

Tre recenti eventi mettono in evidenza un fenomeno che dovrebbe trovarsi al centro delle preoccupazioni di tutti gli stakeholder (e degli imprenditori): l'invecchiamento non dell'imprenditore ma dell'idea imprenditoriale delle aziende.

Su Harvard Business Review di giugno viene ricordato il contributo dell’economista William Baumol, scomparso recentemente all’età di 95 anni. Il titolo dell’articolo è rappresentativo di un timore degli economisti americani: “L’America sta incoraggiando l’imprenditorialità sbagliata?”.

martedì 20 giugno 2017

Di cosa parliamo quando parliamo di “disruption”?

di
Luciano Martinoli


Un recente articolo sul WSJ consente di fare chiarezza  sulle fuorvianti e confuse idee alla base del concetto di “disruption” partendo da taxi e hotel. 

Il Wall Street Journal ha intervistato il professor Arun Sundararajan, della Stern School of Business della New York University, su quali industrie, a suo avviso, sarebbero state "messe a soqquadro“ (disrupted) dall’economia imposta dalla rete, alla stregua di ciò che hanno fatto Uber nei trasporti e Airbnb nell’ospitalità.
Prima di confutare le argomentazioni del professor Sundararajan lasciatemi fornire alcune informazioni preliminari.

giovedì 8 giugno 2017

La maledizione del "pneumatico radiale"

di
Luciano Martinoli



Considerazioni di Strategia. Un fenomeno tecnologico del passato, quello del pneumatico radiale, è paradigmatico di come la tecnologia sia strumento di realizzazione di una strategia e non essa stessa strategia. Ulteriore dimostrazione della valenza strumentale della tecnologia, troppo spesso invece spacciata come risolutrice di tutti i mali aziendali (Industry 4.0. digitalizzazione banche, ecc.).


Un recente articolo del Wall Street Journal riflette su una metafora, basata su fatti accaduti, utilizzata per riconoscere la fine di un ciclo di espansione di un prodotto.

Fino agli anni 70 quasi tutte le auto e i camion montavano pnenumatici diagonali. Essi erano costituiti da fili e cinture di nylon che si incrociavano a 30 o 45 gradi sotto la gomma. Questo consentiva spalle del pneumatico più forti e un costo di produzione più basso. Il problema era che questo tipo di pneumatici doveva essere cambiato ogni 20.000 kilometri circa.
Michelin nel 1949 introdusse i pneumatici radiali, adottati poi da tutti i costruttori una ventina di anni dopo. La differenza era costituita da una gabbia di acciaio di fili che si intersecavano a 90 gradi. Erano più larghi, più efficienti nel dissipare calore e più sicuri. Sebbene i radiali costavano un po' di più, duravano oltre 50,000 chilometri. Da allora tutte le auto montano questo tipo di pneumatico.

giovedì 1 giugno 2017

Costruisciti il tuo futuro, altrimenti...


di
Luciano Martinoli

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Il mercato finanziario sembra iniziare a comprendere l'importanza delle capacità delle aziende di progettare il proprio futuro ben più della loro capacità di produrre risultati a breve. 
Una moda passeggera o una urgente necessità per comprendere il futuro?

La recente defenestrazione di Mark Fields, CEO di Ford, offre una lezione sull'importanza che il mercato sta dando ai progetti futuri delle aziende e alla loro dettagliata esplicitazione. Un'attenzione che anche gli altri stakeholder, banche in testa, dovrebbero dedicare.

Ne fornisce un ampio resoconto un recente articolo del Wall Street Journal. In esso si ricorda che la gestione Fields non è stata caratterizzata dalla completa mancanza di profitti, elemento che generalmente si ritiene sia l'unico parametro valutato dagli investitori,  ma dalle nebulose e opache dichiarazioni sul futuro della Ford nel turbolento mondo automotive ("just wait for the fat margins that our post-car businesses like “mobility” will generate" era ciò che rispondeva Fields alle preoccupazioni degli investitori sul tema).
Ford sta investendo nelle nuove tecnologie che rivoluzioneranno il settore, ma queste sono disponibili a tutti e solo una precisa e chiara Strategia che le utilizzi , prima da progettare e poi da comunicare, darà conto di come questa si tradurrà in sviluppo per l'azienda. E a tal proposito il mercato si è mostrato sia indulgente, laddove dettagli precisi manchino, sia desideroso di tali progetti di futuro, come il caso Tesla, del quale ho già scritto, dimostra. 

I soliti comportamenti d'avanguardia, in questo caso degli investitori d'oltreoceano, che arriveranno tra decenni anche nella vecchia Europa e ancor più in ritardo in Italia? Assolutamente no come dimostra il recente caso Ferragamo, il cui titolo è quotato alla borsa di Milano, dove la reticenza del management a fornire dettagli su un annunciato rallentamento del business di quest'anno, ha penalizzato il titolo e spinto gli analisti nostrani ad abbassare le stime.

Dunque sembra che si stia aprendo una stagione caratterizzata da un nuovo modo di guardare le prestazioni future delle aziende. Un modo necessario in un mondo sempre più turbolento con velocità di cambiamento crescenti. Infatti  in un tale contesto il "futuro", così importante per i mercati ma non solo, non "arriva" alla stregua di un temporale o una giornata di sole spingendo tutti ad attrezzarsi di conseguenza, come la retorica di certi "esperti" vuol far credere. 
Il futuro lo costruiscono le aziende, in mille modi e mille direzioni. Le tecnologie, a disposizione di tutti, sono, come sempre è stato, solo uno strumento per realizzarlo. Le aziende capaci di costruire il futuro, per loro e per gli altri, prospereranno e renderanno il mondo un posto migliore (come è già accaduto); chi no sarà condannato a subirlo con tutte le conseguenze.

Il mercato lo sta capendo, è ora che lo capiscano anche gli altri stakeholder dell'impresa.
Questo cambio di prospettiva, vero e proprio paradigm-shift, evidenzia l'esitenza di un immenso territorio vergine. Esso è costituito dall'assenza di strumenti e linguaggi per esplorarlo: come realizzare e valutare i progetti di futuro delle imprese in modo professionale, superando gli umori e le chiacchiere da bar, premiando chi è capace. Allo stesso tempo, come stimolare chi è carente in tale progettazione che, da quanto detto fino a questo punto, deve costituire ormai l'anima dell'attività d'impresa.
Il nostro impegno professionale è operare in tale settore proponendo quanto di meglio la conoscenza umana offre per rispondere a tale sfida: la creazione, non previsione, del "futuro".


sabato 27 maggio 2017

I PIR, la pagliuzza e la trave…

di
Francesco Zanotti

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I PIR - Piani Individuali di Risparmio-  sono di gran moda. Ma per quanto riguarda i possibili problemi per i risparmiatori, però, si indica solo la pagliuzza, e ci si dimentica della trave.

Tutti conoscono il monito evangelico “Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell'occhio tuo?” (Matteo 7:3-5).
Si applica letteralmente al caso dei PIR. La pagliuzza è costituita dai temi fiscali. Certamente è importante il tipo di imposizione fiscale. Una imposizione fiscale sfavorevole è certamente fastidiosa come una pagliuzza.
Ma ci fa dimenticare la trave. Una trave grande e pesante. E’ costituita dal rischio di perdere tutto il capitale. E’ costituta dal rischio che le imprese nei cui titoli sono finite i soldi dei risparmiatori falliscano.
Si dirà, ma chi le seleziona sa come distinguere il grano dal loglio, per continuare a usare un linguaggio evangelico (Matteo 13, 24 segg.). Chi le seleziona sa scegliere le imprese il cui titolo continuerà ad aumentare di valore.
Ecco, questo non è vero. Per mille ragioni. La più semplice è che l’andamento del titolo non è che segua così pedissequamente l’andamento dei risultati delle imprese. Ma la più rilevante è che chi seleziona le imprese non ha alcuno strumento per prevedere i risultati futuri delle imprese. Con gli strumenti a disposizione della finanza è come se si scegliesse a caso. E non è il caso di buttare il risparmio nel gioco della roulette. Rischia che sia una roulette russa.
Ma purtroppo della trave nessuno vuole parlare.  Qualcuno ci dà una mano a parlarne?


martedì 23 maggio 2017

Rapporto banche impresa: valutare gli elementi qualitativi. Ma …

di
Francesco Zanotti

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… ma quali sono questi elementi qualitativi da valutare e come fare a valutarli?

Oramai tutti stanno chiedendo alle banche di valutare il merito di credito delle imprese al di là dei numeri. Tutti stanno chiedendo alle banche di valutare gli “elementi qualitativi” delle imprese. Purtroppo nessuno dice quali siano e come vadano valutati.
Proviamo ad indicarne alcuni. Sono certamente rilevanti gli elementi soft dell’impresa: dai valori alle competenze, alla cultura e al clima. Ma anche la sua sostenibilità, la sua Governance, la qualità del management e la propensione all’innovazione. Ora questo è un elenco parziale: occorre allora trovare tutti gli elementi qualitativi necessari. E poi spiegare come si misurano tutti questi elementi e come si mettono insieme le misure per capire quale sarà la capacità futura di generare cassa delle imprese.
Chi ha una proposta sul come fare? Noi ce l’abbiamo, ma c’è qualcuno interessato ad ascoltarla?

sabato 20 maggio 2017

I capitali? Non a tutte le pmi, ma a quelle "brave"

di
Luciano Martinoli



I Piani Individuali di Risparmio (PIR) sono degli strumenti finanziari composti da titoli di aziende italiane medio piccole che, mantenuti per 5 anni, consentono di essere totalmente detassati. Grazie a questo vincolo, finalmente una parte del risparmio italiano potrà arrivare alle piccole e medie imprese nazionali per finanziare, si spera, i loro progetti di sviluppo. Dal lancio di questo strumento sono stati raccolti svariate centinaia di milioni di euro, dando soddisfazione al Ministero delle Finanze, che l’ha promosso, e agli intermediari finanziari che stanno effettuando la raccolta. 

Gli indici azionari dove sono quotate le aziende minori, AIM ma anche STAR, già stanno beneficiando di questo afflusso di risorse registrando un aumento percentuale importante da inizio anno. Già si intravede addirittura la possibilità di una scarsità di “materia prima”, alla quale gli operatori progettano di porre rimedio invitando ed aiutando le aziende non quotate ad andare in borsa.
E’ l’impegno, ad esempio, di Mediolanum che in un recente evento di presentazione della sua proposta PIR ha annunciato, tramite il suo AD Massimo Doris, che le molte aziende ed imprenditori loro clienti verranno messi “in contatto con strutture specializzate che organizzeranno la loro quotazione”.

Anche Fabrizio Pagani, capo della segreteria tecnica del Ministero delle Finanze, ha auspicato la possibilità di “trovare degli strumenti affinché tutta questa liquidità arrivi anche alle società meritevoli non quotate” e, in un'altra occasione, aggiunge “devono arrivare capitali non a tutte le pmi, ma a quelle brave”.
Dunque tutti a caccia di pmi “brave” e “meritevoli”, ma...chi lo decide? E come?

mercoledì 17 maggio 2017

La Ferrari sta andando malissimo perché le tasse sono troppo alte

di
Francesco Zanotti

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Occorre diminuire il cuneo fiscale altrimenti non riuscirà a vincere né il Campionato Piloti né quello Costruttori. E non riuscirà più a fare le auto più veloci del mondo!

Ovviamente si tratta stupidaggini. Innanzitutto la Ferrari non va male. Poi continua a fare auto che sono miti ricercati e strapagati. E il vincere in Formula 1 è frutto di un mix di tecnologia, conoscenze, uomini ed organizzazione del tutto unico. Il cuneo fiscale non c’entra nulla!
Mi si dirà: c’entra per le altre imprese che non sono come la Ferrari. Certo, ma c’entra proprio perché non sono come la Ferrari. C’entra tanto più quanto più le imprese non hanno alcun mix unico di tecnologie, conoscenze, uomini ed organizzazione.
Che fare, quindi? Innanzitutto rivelare alle imprese che il chiedere aiuti ambientali (come la riduzione del cuneo fiscale) è solo una cura sintomatica. Ed è una cura della quale occorrerà continuamente aumentare le dosi.

Voglio dire: per carità riduciamo pure il cuneo fiscale, ma diciamo chiaro e forte alle imprese che la via maestra è quella percorsa dalla Ferrari: partire da un sogno (fare le auto più veloci del mondo) e realizzare il sogno creando insieme mix unico di tecnologie, conoscenze, uomini ed organizzazione. 

lunedì 15 maggio 2017

Banche: proposte invece di baruffe chiozzotte

di
Francesco Zanotti

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Accanto agli scenari complessivi proposti dal Prof. Vitale e dal Prof. Minenna aggiungiamo la nostra proposta: le cose che una banca può fare subito per costruire una nuova redditività … E’ un vero peccato che non se ne parli mai. Ma si preferiscono stucchevoli baruffe chiozzotte come quelle su Banca Etruria. E sapete perché? Non perché siano temi decisivi, ma perché solo di quelli si sa parlare …

Riceviamo dal Prof. Vitale un incoraggiamento che ci fa piacere per l’autorevolezza professionale ed etica della persona.

Grazie per il commento al mio paper sulle banche. Sono totalmente d’accordo sulle Vostre tre proposte, tutte essenziali. Cordiali saluti Marco Vitale.

Ed allora ecco le nostre tre proposte che ogni banca potrebbe e dovrebbe mettere in atto da subito.

La prima: occorre che le banche sviluppino nuove competenze di valutazione del merito del credito, fondate su “ragionamenti” strategici, che sono gli unici che riguardano il futuro.
La seconda è che devono offrire servizi di progettualità strategica per rilanciare la nostra imprenditorialità. Così facendo aggiungono alla intermediazione finanziaria una “intermediazione cognitiva” riducendo così i rischi del “prestare” e, contemporaneamente, aggiungendo ricavi da nuovi servizi.
Come scrivevamo questi obiettivi sono raggiungibili se le banche si dotano di conoscenze e metodologie avanzate di strategia d’impresa di cui sono totalmente prive.
Vi è una terza cosa da fare: evitare di innescare drammatici processi di cambiamento che generano solo resistenze e frustrazioni. Li innescano ancora una volta per mancanza di conoscenza. Sono legate a miti manageriali (leadership, motivazione, talenti et similia) che le scienze umane e naturali hanno abbondantemente sbugiardato.

Purtroppo le banche non ci sentono. Se date una occhiata ai loro Piani strategici non si dice nulla di nuove competenze valutative, di nuovi sistemi di servizi di progettazione strategica, di diversi processi di cambiamento.
E non ci sentono perché non sanno sentire: non riescono a rendersi conto che il loro futuro sarà costruito più con risorse di conoscenza che di capitale finanziario.
Ovviamente questo discorso vale anche per la Banca d’Italia che non può esimersi anch’essa dall’acquisire le nuove conoscenze che servino per fare emergere il sistema bancario del futuro.


venerdì 12 maggio 2017

Il nuovo documento “To whom who might concern”: La strategia è una scelta filosofica

di
Francesco Zanotti

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La strategia non è una scelta obbligata dall’ambiente esterno all’impresa. E’ una scelta cognitiva profonda, che definisco filosofica. Poi viene giustificata come “imposta”, ma non è vero: le imprese possono fare la scelta che voglio. Solo devono essere consapevoli delle conseguenze … Riportiamo qui il testo, prima di renderlo disponibile come .pdf.


Ogni progetto strategico è ispirato, spesso inconsapevolmente, ma sostanzialmente, non su di un calcolo economico, ma su di una scelta filosofica a priori.
E’ solo all’interno di questa scelta che poi si fanno calcoli economici.
Mi spiego.
La scelta filosofica riguarda come l’essere umano considera l’ambiente esterno a se stesso e come si vuole relazionare con questo ambiente esterno.

Le opzioni che riguardano l’ambiente sono due. La prima: l’ambiente è dato e su di esso non posso intervenire. La seconda: l’ambiente è fatto di potenzialità che aspettano solo un autore che le attualizzi.
Le opzioni che riguardano il modo di relazionarsi con l’ambiente sono pure due: l’essere umano vuole essere attivo o passivo nei confronti dell’ambiente?

Allora le possibili scelte filosofiche che stanno a monte di ogni progetto strategico, a fondamento inconsapevole di ogni Business Plan, sono quattro.

La prima scelta filosofica: l’ambiente è fatto di potenzialità e voglio giocare un ruolo attivo. E’ quello di attualizzare, insieme agli stakeholder che mi scelgo, qualcuna di questa potenzialità. Definisco questa scelta “imprenditoriale”. E’ la scelta filosofica che hanno fatto tutti gli imprenditori di successo.

La seconda scelta filosofica: l’ambiente è fatto di potenzialità, ma io non riesco ad avere un ruolo costruttivo e sociale. Mi limito ad immaginare solipsisticamente tanti mondi possibili, ma rimangono storie senza concretezza. Definisco questa scelta “dei mondi virtuali”. E’ la strada velleitaria della comunicazione che cerca di ridare senso a contenuti stantii con la forma. E’ la strada di troppe start-up che pensano che basti ruminare tecnologia per costruire nuovi mondi.

La terza scelta filosofica: l’ambiente è dato. Quindi cerco di conoscerlo ed usarlo. Le parole d’ordine sono: qualità e competitività. Definisco questa scelta “manageriale”.

La quarta scelta filosofica: l’ambiente è dato. Mi accodo a coloro che vogliono usarlo e cerco di fare il mio mestiere dignitosamente. E’ la strada, personale, di chi cerca definite collocazioni organizzative. E’ la strada di tante imprese che cercano catene del valore nelle quali collocarsi. Definisco questa scelta “burocratica”.

In realtà, poi, esiste anche la scelta nichilista: Io so fare alcune cosa. Tocca agli altri fare in modo che io possa farle in santa pace: E’ la via di tutte le imprese che sono convinte di poter vivere solo di sussidi.

Le diverse scelte filosofiche, come dicevo all’inizio, si portano dietro scelte operative delle quali è possibile immaginare i risultati ottenibili.
Se adottate una strategia imprenditoriale riuscirete ad aumentare i flussi di cassa.
Se adottate una strategia manageriale un po’meno.
Se vi accontentate di fare efficienza, proprio per nulla.
Ma quale scelta filosofica è oggi possibile?

Ovviamente tutte: una scelta filosofica è proprio una scelta personale. Potete scegliere l’atteggiamento filosofico che volete. L’importante è conoscerne le conseguenze.

Esempio: le banche hanno fatto una scelta un atteggiamento burocratico-efficientista. Attendiamoci le conseguenze di questo atteggiamento: vedranno intorno a loro un ambiente sempre più ostile e vivranno solo grazie a continui aumenti di capitale. Potrebbero fare un’altra scelta; ad esempio, una scelta imprenditoriale? Certo … se volessero.

martedì 9 maggio 2017

Report di ieri sera sulle banche …

di
Francesco Zanotti

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Interessante. Certo prevale sempre la denuncia alla proposta. Ma non solo … se si individuasse davvero il problema chiave anche la denuncia sarebbe diversa, costruttiva. Ma purtroppo i media difficilmente sanno parlare di idee e proposte. Più facile lo scandalo …

Report ha soprattutto denunciato la logica relazionale della concessione del credito. Nel passato la logica relazionale si chiamava sinergia con le comunità locali ed era motore di sviluppo. Oggi essa è degenerata nell’attuale relazionalità collusiva che non ha nulla a che fare con lo sviluppo.
Che fare?
Innanzitutto accettare il fatto che oggi le banche non dispongono delle conoscenze per fare diversamente. Non hanno metodologie e strumenti per valutare il merito di credito con un sguardo al futuro. Gli uffici tecnici certamente predispongono i dossier sui quali Consiglieri, Presidenti, Sindaci etc. devono decidere, ma sono dossier troppo poveri. Anche se li studiate nottate intere, poi vi accorgete che gli elementi che vengono descritti non sono significativi. E vi rimane il vostro fiuto personale. Ovviamente il fiuto personale è un’ottima scusa per favorire gli amici. Ma è una scusa che le banche offrono su di un piatto d’argento.
Questa incapacità valutativa poi diventa esiziale quando non intervengono logiche relazionali, ma la valutazione del merito di credito diventa solo tecnica. E il problema è che si tratta di una tecnicità senza fondamenti ed efficacia …
La proposta, sia per non dare scuse al formarsi di relazionalità collusive, ma anche per proteggere le banche da affidamenti irragionevoli, è semplice, ma quasi irricevibile. Occorre fornire alle banche nuove conoscenze che permettano loro di valutare le potenzialità di generare economics nel futuro. Sono le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa.

Perché irricevibile? Perché propone una ricetta mediaticamente non comunicabile: cari banchieri mettetevi innanzitutto a studiare.

lunedì 8 maggio 2017

La valutazione del merito di credito: fare la media tra pere e mele! E altre “cose bancarie” Lettera aperta a Ferruccio De Bortoli

di
Francesco Zanotti

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Su l’Economia del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli affronta il problema delle banche. Egregio Dottore, lei ha ragione. Ma occorre guardare più nel profondo. Il problema riguarda le mele e le pere. Cioè la conoscenza. Vogliamo affrontarlo o attendiamo che agli 83 miliardi già spesi per salvare il sistema bancario (fonte “L’economia”) se ne aggiungano molti altri?

Iniziamo dalle perdite sui crediti.
Il Dott. De Bortoli scrive a chiare lettere che la causa delle perdite su crediti non può essere dovuta solo alla contingenza della crisi economica. Ma una qualche colpa devono pure averla anche le banche che hanno subito queste perdite.
Allora proviamo a fare chiarezza sulle modalità di valutazione del merito di credito. Oggi il merito di credito è “calcolato” facendo la media tra mele e pere su dati passati. Come si può pensare che funzioni?
Si prendono i bilanci, si sceglie una massa impressionante di indici, si valutano e poi si sommano le valutazioni.  Ma se due indici sono diversi, le loro valutazioni non sono sommabili. E tanto meno si possono fare medie. E’ come se si dicesse: sommo quattro pere e sei mele ed ottengo … Alle elementari mi hanno detto che si ottiene un risultato senza senso. Ora capisco che quel senza senso voleva dire: ecco come aumentare le sofferenze bancarie. Ah, aggiunga poi che gli indici di bilancio che si usano riguardano ovviamente solo il passato. Ed un passato anche non recente, visto le modalità e le periodicità di pubblicazione dei bilanci.
Sarebbe possibile fare diversamente? Ovviamente sì ma usando conoscenze e metodologie che sono completamente oscure alle banche. Mi riferisco alle conoscenze e alle metodologie di strategia d’impresa.

E arriviamo alla qualità del management e della Governance.
Anche qui è come se si cercasse di aggiustare a martellate un televisore convinto che sia il teatrino delle marionette.
Voglio dire che il management delle banche non dispone delle conoscenze necessarie per capire cosa sia una organizzazione fatta di uomini.
La dimostrazione è scientifica e sperimentale.
Scientifica: non si può pensare di capire organizzazioni fatte di uomini se non si usano i risultati resi disponibili da neuroscienze, psicologie, sociologia, antropologia. Cose delle quali nelle banche non si sa nulla.
Sperimentale: è uscita una ricerca pubblicata dalla Harvard Business Review dove si dimostra che il modo migliore di fallire è licenziare le persone.
Guardi ai Piani delle banche in crisi: sostanzialmente la salvezza si chiama: buttiamo fuori le persone.

Egregio dottore, davvero il tema chiave è quello della conoscenza. Purtroppo affrontarlo è difficile. Il primo passo che stiamo provando a fare è almeno ammettere che esista.